Iniziamo bene…

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Ieri nella mia fetta della gallette du roi, la focaccia della Befana, ho trovato la fava. Questo dovrebbe fare del mio 2013 un anno fortunato.
Ierisera, la caldaia revisionata dieci giorni fa “in ottima salute”, ha dato forfait.
Ora imbacuccata che nemmeno mia nonna sto aspettando il tecnico e già ho una tossettina tipo tisi.
Ho paura a telefonare in ufficio: se il buongiorno si vede dal mattino, chissà cosa mi attende…

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Tra le cose da salvare e l’anno che verrà…

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A svegliarmi nel 2012 sono le note di De André “senza che gli altri ne sappiano niente, senza un programma dimmi come ci si sente“: gennaio inizia così ma scelgo di proseguirlo al caldo e l’immagine che impressa negli occhi mi accompagnerà per tutto l’anno è questa:
lunedì al MedanoÈ il primo febbraio quando il mio aereo atterra a Malpensa sotto una tempesta di neve. Nevica tutto il mese, Torino dipinta di bianco è la mia tabula rasa. Senza che me ne renda conto, si rinizia da qui.
A marzo sono muratori e spedizioni all’ikea, ridisegnare gli spazi e prendere una decisione senza nemmeno parlarne.
Passa alla storia il 17 aprile: inizia la nostra vita insieme, quella che va sotto l’etichetta in more uxorio. È una data simbolo, nella realtà non so quale sia stata l’ultima notte nella mia cameretta da principessa, quella di sempre e che non c’è più.
17aprile2012Maggio è un mese a due e tutte le energie sono spese per un unico obiettivo, più condiviso che professionale. Test su test e la risposta non è mai la scontata “tutte le precedenti”. Prendo fiato ai giardini Cavour. Torino mi appare a tratti nuova, o forse è nuovo solo il mio modo di viverla.
Giardini BalboDopo l’ansia e tutti i connessi, giugno è il mese della svolta: venerdì 29 l’homepage dell’UniTo dà al Dottorino il benvenuto per il suo percorso da specializzando. Stesso giorno ricevo il progetto per la mia nuova collaborazione.
Finalmente si spegne Notte prima degli esami, che suonava nella mia testa e non nello stereo. È stata più dura dell’anno della maturità.
A Luglio spengo la mia candelina numero 30. Il giorno del mio compleanno su Facebook scrivo «A 20 anni ho iniziato a festeggiare la mattina a colazione in spiaggia e ho finito a tarda notte sempre sulla spiaggia. A 30 passo la giornata in compagnia di un’enorme tabella Excel con un numero spropositato di filtri e numeri. E poi non venite a raccontarmi che diventare grandi non è una fregatura!». Lo penso davvero.
Agosto mi regala una delle mie più belle Parigi. Nel cuore rimane scolpita l’immagine di un déjeuner sur l’herbe
Place des VosgesSettembre è quello di cui parlavamo da anni senza credere veramente di esserne capaci. Scatolone dopo scatolone, svuotiamo la “magione” di famiglia. È la fine di un’epoca o la conferma finale che una nuova è ormai iniziata.
Ce lo sogniamo da mesi il ritorno all’isla, ma quando a fine ottobre il nostro aereo atterra, a El Médano piove. Non ci lasciamo abbattere: amici, leccornie, bicchieri e paesaggi senza confine ci consentono di riprendere fiato.
IMG_4118Novembre è un mese di lavoro matto e disperatissimo. Viene archiviato in una frase: «per fare una sfera servono mille colpi di lima. Ma se a metà dell’opera qualcuno decide che non vuole una sfera ma una stella non è detto che venga un bel lavoro». E chi vuol capire, capisca.
Dicembre è Paris di nuovo, per la prima volta à deux. Di lei ricorderemo quella fetta di foie gras tuffata in una cocotte d’uovo. And much more. Per il resto è voglia di casa, di Natale e di tempo insieme, che non è mai abbastanza.
csp_calendarioPer baciare al meglio l’anno nuovo, come (auto)strenna di fine anno mi sono offerta il Rouge Allure numéro 105, che Chanel ha battezzato l’Inimitable. Ed è semplice dire che è così che vorrei il 2013: inimitabile. La verità però è che ho sempre un po’ paura degli anni inimitabili… Se il 2012 si è svegliato con De André che cantava “senza un programma dimmi come ci si sente” e poi io ho deciso di scegliere e mi ha dato tanto, forse vorrei che lo stesso facesse l’anno nuovo.
Ma se invece il 2013 sarà “l’anno di Paperino” come scrive oggi La Stampa, andrà bene lo stesso: qui a grugniti e papere non ce la caviamo affatto male.

Is it the end of the world (as we know it)?

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La presenza di Parenti Serpenti nella top five dei miei film preferiti non è casuale. Per niente.
Nei primi anni Duemila, quando la blogosfera era molto più giovane ed io decisamente più ingenua, dei Natali in casa Mademoiselle ne ho scritto peste e corna. Poi ho scoperto che al mio blog si arrivava digitando nome e cognome e mi sono data una regolata: d’altronde rischiavo più una querela, che una carriera da blogstar.
Oggi basti sapere che -come nell’evoluzione umana a un certo punto ci sono stati gli ominidi- nella mia famiglia pullulano i parentoidi.
Ma ad essere cambiati molto dai primi anni Duemila non sono solo i blog e il mio approccio alla scrittura personale; sono cambiati anche i miei Natali: ad esempio, da anni ormai non trascorro più la vigilia con quell’ingombrante tribù di parentoidi. Penso sia un po’ quello che capita in molte famiglie: quando ci si trova a discutere della gestione di un anziano o dell’amministrazione di un bene, può capitare che poi non si abbia più molta voglia di stare insieme.
Io e il mio sarcasmo di voglia ne abbiamo sempre avuta poca e dunque non abbiamo accusato il cambiamento di tradizioni, anzi: vigilia di Natale al cinema e non in balia delle zie è quello che chiamo decisamente un bell’upgrade.
Ciò nonostante, stasera prenderò parte a qualcosa che mai si è verificato nella mia vita: una cena tra cugini.
Una cena tra cugini.
Quelli che ignoravo e da cui ero reciprocamente ignorata da bambina.
Data l’eccezionalità dell’evento, direi che i Maya potrebbero anche averci preso: la fine del mondo, o di un’epoca, è vicina.

(Et je ne peux que) chanter tout bas notre amour pour les quatre saisons*

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Ho diverse immagini di lei.
Ho quelle classiche, tipiche sue, con il cielo grigio e gonfio. Tronfio.
E quelle sotto la pioggia, perché è così che di solito le piace mostrarsi.
Immagini in bianco e nero, come invece a molti piace pensarla.
(Ma io preferisco i suoi colori).
Quelli delle immagini di maggio: giochi di luci e ombre, tra le piante del Luxembourg.
A giugno sotto un sole senza compromessi, da l’Etoile à la Concorde.
O lungo tutta l’estate, spesa a guardare le nuvole che corrono alte e veloci, in un attimo senza tempo, sulla pelouse di Place des Vosges.
Fotogrammi accarezzati dalla brezza, come quelli dal Pont Neuf.
O col tramonto di un picnic sull’Ile de la Cité.

In vent’anni, molti treni e altrettanti aerei, di immagini di Parigi ne ho raccolte tante.
Nessuna con le luci di Natale.
Jamais en amoreux.
È venuto il momento di rimediare. E brindare a questo nostro anno importante vissuto insieme.

* Louise Attaque – Des soirées parisiennes

Ingannare l’attesa (un modo piacevole per)

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Così in men che non si dica siamo entrati nel mese in cui si aspetta. Oggi vorrei essere una di quelle bambine del Nord Europa (o di Bari) e aspettare San Nicola, ma ho finito la mia scorta di Speculoos e quindi posso solo pensare alla mia wishlist natalizia e sperare in Santa Claus (o nel Dottorino, che avrà vita dura perché per adesso sono poco ispirata…).

csp_calendarioDicono che a breve -molto, troppo a breve- arriverà anche il cattivo tempo, ma di quello brutto davvero, tipo con la neve. Io lo aspetto come si aspetta un male necessario.
E aspettando, aspettando, cosa si può fare per ingannare l’attesa? Io ho deciso di svuotare un barattolo di lenticchie, metterle a mollo una notte e uscire di casa al mattino dopo pensando alla mia zuppa serale (scordando così i guanti a casa, presa da questi caldi pensieri).
Quando si lasciano in ammollo le lenticchie e si torna a casa gelati perché fuori è inverno, inverno vero, non c’è molto da fare: si può solo mettere su un bel soffrittino.csp_taglierePoi basta buttare nella pentola anche le nostre lenticchie, una patata tagliata a tocchetti, un paio di bacche di ginepro, due chiodi di garofano, qualche foglia di alloro e ricoprire con del brodo. Io lo ammetto: uso mezzo dado vegetale.
Fuoco al minimo e scordarsi il tutto per un paio d’ore.
Molto piacevoli tra l’altro, se passate sul divano, con una tisana calda, letture frivole e l’ultimo album di Céline Dion, che ironia della sorte si intitola Sans Attendre. Quattordici nuove canzoni -in francese, j’adore– e una copertina semplicemente deliziosa, disegnata da Aurore d’Estaing.
csp_celineQuando a risvegliarvi dai vostri giornali e dalle note di Le Miracle è il profumo della vostra zuppa, è ora di prendre una fetta di prosciutto crudo, spessa un dito, e tagliarla a cubetti (certo dello speck o del lardon sono un’altra cosa, ma insomma, sgarreremo già a Natale…).
csp_prosciuttoNon resta da far altro che tostare del pane. E mettersi a tavola. Bon appetit!
csp_lenticchie2

Zuppa di lenticchie
300 grammi di lenticchie (da lasciare 12 meglio 16 ore in ammollo)
mezza carota, un gambo di sedano per il soffritto
un porro
una patata
2 bacche di ginepro, 2 chiodi di garofano, alcune foglie di alloro
una fetta di prosciutto crudo da 1 etto
olio evo, pane casereccio, pepe q.b.

Back to school (nessuno aveva detto che sarebbe stato facile)

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– moglie e marito, genitori e figli, mamma/madre, papà/padre,fratello, sorella, nonno, nonna…
– e la mamma di nonna come si chiama?
– bis-nonna
– nonna di nonna?
– …non credo abbia un nome in italiano…puoi chiamarla semplicemente “la nonna di mia nonna”
– mmm… ma mio papà molte mogli, come io chiamo loro?
– la moglie di papà che non è la nostra mamma si chiama matrigna
– ma “matrigna” come in Cendrillon? ma matrigna è cattiva!
– no, è lo stesso nome di quella di Cenerentola ma non vuole dire che è cattiva…
– mmm…
– se il papà e la matrigna hanno dei figli, loro sono i fratellastri e le sorellastre….
– mmm, no: loro non così, non come Cendrillon!

Ho deciso di dedicare alcune ore del mio tempo libero all’insegnamento dell’italiano ai nuovi torinesi. Pensavo che la difficoltà maggiore stesse nel spiegare la grammatica. Invece mi sbagliavo.

È sempre una questione di scarpe

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Vorrei poter dire di essere stata in vacanza tutto questo tempo, ma dal colorito grigiastro che porto in giro mi si sgamerebbe subito. La verità è che quando torni dalle vacanze nove giorni prima del vernissage di un evento non ti resta il tempo per molto altro.
Abbronzatura (poca), foto (molte), ricordi (assortiti) sono dunque passati in cavalleria.
Tenerife resta però un piccolo (e possibile) paradiso dove molti italiani han deciso di emigrare. Il trasferimento di molti è iniziato con le piccole cose. Il Dottorino per adesso ha lasciato là solo un windsurf, per le vacanze. Io invece per non sbagliarmi ho cominciato con le mie infradito da spiaggia preferite, quelle con un importante odorino di maremorto.
L’attualità mi insegna invece che quando fai un evento e quell’evento riesce, il momento più bello non è quando puoi appropinquarti anche tu al buffet e goderti la tua coppa di champagne. No. È quando finalmente puoi scendere dai tacchi.

Lo puedo hacer…

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Questa l’ho imparata dal Dottorino: quando intorno a te senti cose che non ti piacciono (un esempio a caso: svarioni assortiti a lavoro), tu va nella tua isola felice.
Nell’isola felice del Dottorino tira sempre un vento bestia.
Questa settimana ho trascorso parecchio tempo nell’isola felice. E anche nella mia tirava un certo vento. Forte per non sentire quelle voci intorno a me.
Stanotte però nella nostra isla bonita ci voliamo davvero.
Dicono che Tenerife sia l’isola dell’eterna primavera.
Noi ci becchiamo quell’unica settimana all’anno in cui la primavera canara è un po’ così.
Ma la cosa importante è che gli scocciatori -capi, lavori e articoli affini- resteranno a Torino durante la nostra assenza.
Hasta luego.

Nel frattempo (quella volta che proprio non avevo voglia del freddo)

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A dispetto delle previsioni meteo, ieri la giornata ci ha riservato un cielo terso. Di quelli senza mezze misure: con il sole che al tramonto gioca con le foglie ai giardini Cavour e a guardarli sembra una sera d’estate.
Solo che io ieri ero uscita spavalda col mio trench e ho scoperto che fuori faceva freddo.
Un freddo becco, verrebbe da dire. Con le “e” che ti restano aperte per lo stupore e non ti capaciti di com’è che fino a un attimo prima eri fancy enjoying tutte le gioie dell’autunno e all’improvviso rimpiangi l’estate.
Nel frattempo, per fortuna, è partito il count-down e io e il Dottorino tra dieci giorni ritroveremo l’estate. E Tenerife.
Così, per farlo passare questo frattempo, ho aggiunto un plaid nel letto.
Poi per consolarmi ho tirato fuori le cocotte in terracotta.
E ho controllato che almeno nel frigo fossero rimasti scampoli d’estate: cinque trombette, lunghe e arzigogolate. Ché essendo le ultime meritavano una degna fine.

Avevo voglia di coccole e alle sette e qualcosa di sera niente ti coccola come aspettare il rientro del proprio cheri con i fornelli accesi. Così ho tirato fuori le cocotte di terracotta, sommerse dall’estate, e ho schiaffato in forno del pane a tostare con una manciata di rosmarino.
Ho pelato una patata e affettato a pezzettoni le trombette di cui sopra. Ho messo le verdure in un pentolone, con un dito d’acqua a coprire il tutto, e aggiunto qualche foglia di salvia e un mazzetto di basilichino. Ho lasciato sobbollire una mezz’ora. Poi ho preso il minipimer e ho detto adieu all’estate e alle trombette, che in men che non si dica si sono trasformate in una crema verde, a cui ho aggiunto il mio ingrediente segreto: 100 grammi di robiolina fresca, frullando ancora un po’.
Non mi restava da far altro che impiattare la zuppa: con una spolverata di pepe, di parmigiano e con un filo di olio a crudo.
Ed è stato allora che ho sentito girare la chiave nella toppa.

Crema di trombette (per due):
500 grammi di trombette
1 patata media
100 gr di robiola fresca
salvia e basilico, pepe nero e parmigiano q.b.
per i crostini: un terzo di baguette, una manciata di rosmarino, un filo d’olio

Le parole sono importanti. Le mani pure

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Ho preso uno smalto rosso. Rosso sanguigno. Un rosso spagnolo, ma targato con una doppia C francese.
E l’ho steso sulle unghie.
Non ci sono scuse con lo smalto rosso.
Non sono permessi errori. Né sbavature.
Ho osservato la perfezione della mia mano sinistra.
E per un attimo me ne sono compiaciuta.
Quanto basta per decidere di afferrare l’acetone, anziché stendere il pennello su quella destra.
Bisogna essere sfrontate per indossare il rosso.
Io non sono una da rosso.
Io vado di rosa, preferibilmente un rosa dall’aria retrò.
(E comunque non bisognerebbe mai dedicarsi alla manicure di venerdì).

Dubbi

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Il cloro dà assuefazione? crea dipendenza?
Diversamente non riesco a spiegarmi il fatto di aver iniziato a mettere la sveglia mezz’ora prima del solito tre volte alla settimana e ridotto drasticamente il numero di snooze, solo per andare a farmi una sessantina di vasche prima di iniziare la mia giornata.
Mal che vada -e col mio solito ritardo- posso sempre aderire alle #fighedomani.

L’ultimo chiuda la porta

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La cosa difficile è stata togliere le fotografie.
E pensare che l’ho fatto mille volte.
[Le fotografie. Nella scatola di latta].
Quelle del c’era una volta una mini-Mademoiselle e quelle scattate lungo la strada. Quelle della storia di tutti i giorni e quelle di luoghi lontani.
[Tutte chiuse in una scatola di latta.
Che ha viaggiato con me].
Fare le valigie, infilarla da qualche parte. Arrivare in un posto e aprire la scatola. Tirare fuori le fotografie e sceglierle. Appiccicarle alle pareti.
E sentirsi a casa.
Per pochi giorni, un mese o un anno.
Belgio, Francia, Inghilterra, angoli d’Italia.
E poi toglierle. Ogni volta quel dolore sottile. Quello di un’esperienza che si chiude. Ma l’attesa e il prurito. Staccare le fotografie: e è tornare a casa.

La cosa difficile è stata togliere le fotografie.
[Le fotografie, quelle di casa].
La fine di un’epoca.