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Se c’è una cosa nella quale posso dirmi esperta quella è la ricerca di lavoro. I miei cv hanno raggiunto più di un migliaio di scrivanie reali o virtuali a Torino e nel mondo, negli ultimi cinque/sei anni. Con un numero imprecisato -sicuramente maggiore di cento e non sono altrettanto certa minore del doppio- di colloqui sostenuti, sono una che sul tema ritiene di avere qualcosa da dire.
A riguardarmi indietro, mi è successa una cosa buffa: quando non lo cercavo, tipo negli anni dell’università, era il lavoro a venirmi a trovare spontaneamente; ma archiviata la pergamena in fondo a qualche cassetto, beh le cose si sono fatte più complicate e sono diventata la classica ragazza a progetto che al cambio di stagione, oltre a spostare vestiti negli armadi, si ritrova alle prese con l’invio di candidature, l’aggiornamento del profilo LinkedIn and so on.
In tutti questi anni ho imparato a infiocchettare esperienze nella media per presentarle come grandiose palestre professionali, ho trasformato competenze a mio giudizio normali in skills vincenti. Soprattutto ho imparato a non cadere nelle trappole dei cosiddetti esperti di HR, calibrando ambizioni, desideri e determinazioni. Ho trovato risposte più o meno fantasiose all’infingarda domanda «come ti vedi di qui a cinque anni?». Talvolta mi sono presentata come molto più carrierista di quel che sono, molto più spesso ho cercato di mostrarmi molto molto meno misantropa (“lavorare in team? è esattamente ciò che mi manca di più come freelance, è proprio per il desiderio di far parte di una squadra che vorrei cambiare lavoro…”). Sì certo qualche volta ho anche nascosto dettagli della mia vita privata (“vivo da sola. Quell’uomo che ha la mia stessa residenza? ah no beh, è il mio coinquilino…sa, per via delle spese…”), ché avrebbe puzzato troppo di bruciato se avessi raccontato quanto siamo “dink” io e il Dottorino (ed è un po’ ironia della sorte, visto che i bambini no, proprio non sono del nostro).
Ecco se c’è una cosa che mi brucia di tutta questa faccenda e di tutti questi anni di colloqui e selezioni è proprio il fatto che a far pendere l’ago della bilancia almeno in un paio di buone ottime occasioni sia proprio stato l’essere una signorina: in età da marito, in buona salute, presumibilmente fertile.
Sentirsi dire dal cacciatore di teste di turno «gli sei piaciuta molto, avevi tutti i numeri però sai -non dovrei dirlo- ma ci han riflettuto un po’ e han preferito scegliere un ragazzo» sono cose che fan venire voglia a te di andare a caccia, ma non in senso figurato, no: proprio col fucile.
Qualche giorno fa parlavo con un’amica, una come me, una ragazza a progetto. La scorsa settimana l’han scelta per un lavoro che non le piace. Non è quello per cui ha studiato e si è impegnata. Non ci vede il suo futuro. Ed è pagato male. Ma le han offerto un contratto, uno vero. Io le ho chiesto: «che fai continui a cercare?». E lei: «mannò, con un’occasione così?! ora faccio un figlio!».
Gli head-hunter: a volte mi viene da dar ragione a loro.