Tag

,

Se ci fosse una hitlist delle frasi più inflazionate del mese, a vincere la mia classifica di marzo sarebbe «lei ha pienamente ragione», seguita a ruota da «mi spiace, ma non dipende da me».
A me questa frase fa prudere le mani.
Lo ha imparato a suo discapito la signora del negozio di design che ho tampinato per tre settimane, storia che lei sul mio ordine ha scritto “urgente” con tre punti esclamativi: il giorno successivo a quello della presunta certa consegna, interrogata sul ritardo, ha placidamente ammesso: «ci sono dei problemi di produzione». Cosa? Lo scopri oggi, ché la consegna era fissata per ieri? Lei, senza scomporsi: «lei ha pienamente ragione, ma vede: non dipende da me, sono desolata».
E se fosse solo per quest’episodio qui, sarebbe la classifica delle espressioni che fanno subito antipatia. Ma ahimé no: è che questa è la frase più inflazionata, quella che negli ultimi tempi mi sono sentita dire proprio più spesso. Nell’ordine, l’han pronunciata: quella che mi aveva falsamente detto che il sedile rallentato da tazza no, non era un problema, quello che ha venduto a caro prezzo faretti a led giurando e spergiurando che avrebbero fatto sì luce gialla ma non certo di quell’arancione che ha (brevemente) illuminato il corridoio, quelli che mi avevano illusa che “le piastrelline figurati, tu le ordini e la settimana dopo io te lo porto”, quello da cui sto aspettando ancora oggi la dima di Urban Chic che sembra una tendenza invece è il nome di un mobile.
Ma facciamo un salto indietro. Tutto è iniziato con una televendita su un’insulsa rete locale. Avete presente quella dove c’è l’idraulico vestito come Super Mario Bros che vi toglie la vecchia vasca da bagno e vi piazza una doccia superaccessoriata, in cinque ore non un minuto di più? Ecco, in pigiama davanti alla tv sono stata illuminata da quella telepromozione. Poi è stato com’è stato e mi sono ritrovata a scegliere sanitari sospesi (squadrati o classici? che dicono “sono una modaiola e mi affido a Casabella” o “oui, mi piacciono le cose di classe ma facciamo finta che non”?), mosaici e box doccia super trasparenti perché sì la doccia della televendita sarà anche pratica ma vuoi mettere  come sono belli mosaico e cristallo? e via così. Insomma, mi sono distratta un attimo e mi sono ritrovata a fare quello che la gente chiama “sistemar casa”. Con tutti gli annessi e connessi.
Potrei starne a parlare ore anch’io che partivo da una buona base diciamo, che la casa era già ampiamente abitabile, e poi invece mi sono trovata alle prese con tutta la routine, di pro e contro. E di questi sì, ce ne sono a migliaia: sistemare casa è bello perché Daddy si fa in quattro per seguire le cose e il Dottorino va all’Ikea con lui, ma sistemare casa è brutto perché Maman coglie l’occasione per tirare fuori tre-scatoloni-tre di “corredo” che la Grand-mère ha iniziato a preparare nel 1985 (nel 1985! avevo 3 anni e un aspetto abbastanza imbarazzante da poter tranquillamente pensare che mai avrei avuto bisogno di un corredo) e non c’è verso di farle capire a Maman che no, quegli asciugamani pesca di dubbio gusto nel nuovo bagno minimal non ci entreranno mai, e le lenzuola ricamate di cotone rigidissimo nel letto men che meno. Sistemare casa è bello perché è come giocare con “la casa di Barbie” solo che è vero, ma sistemare casa è brutto perché la polvere che han fatto su i muratori hai voglia a passare l’aspirapolvere ma quella resta lì. Sistemare casa è bello perché scegliere piastrelle (d’ardesia) è sognare progetti (di vita). Ma, su tutto, sistemare casa è brutto perché più o meno per una cosa su due senti un operaio, un negoziante, un fornitore giustificarsi di un suo errore o un ritardo dicendoti: «lei ha perfettamente ragione, ma vede, non dipende da me e bla e bla e bla…». E tu ti senti un po’ presa in giro, ma non puoi farci nulla e cerchi di autoconvincerti che sì, questa è la prassi, e a breve la frase più inflazionata dell’hitlist sarà: “casa dolce casa”.