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Abbiamo visto Midnight in Paris. Siamo andati al cinema con speranze diverse: io che fosse bello come Io e Annie, Manhattan o almeno come Tutti dicono I love you -che poi è il film che da ragazzina me l’ha fatto scoprire Woody Allen- il Dottorino invece sperava che non fosse una coltellata come Melinda&Melinda, Sogni e Delitti o l’ultimo Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Siamo usciti dal cinema con lo stesso parere: Woody deve smetterla di trovare storie geniali ma mettere poi a raccontarle uno che fa lui senza essere lui. Ho adorato il Woody Allen attore, l’ho adorato almeno quanto oggi detesti i protagonisti maschili che sceglie, attori che si trovano a vestire i suoi panni, i suoi tic, le sue paturnie: io voglio vedere un attore che recita un personaggio, non un attore che recita la parte di un altro attore.
A parte questo, la protagonista assoluta è lei, è Paris. Io e Woody l’amiamo dello stesso amore sviscerato, l’unico che si può provare quando si viene stregati da questa città. E il film ne è una cartolina: Champs-Elysées, Musée Rodin, Pigalle e Montmartre che finalmente non fanno subito Amélie; atmosfere bourgeoises, pavé, colori soffusi e tutto ciò che dice Quartiere Latino. Per il regista newyorkese, la Parigi decalée: quella che sa di lumache e profuma di storia; Belle Epoque e Nouvelle Vague. Per me invece, le stesse immagini rimandano immediatamente a un’altra: la mia prima Parigi di cui mi sono innamorata a dieci anni e quella del 2005 che poi è diventata tutte le Parigi dopo. L’odore della metro e il cielo veloce; un indirizzo sicuro e speziato nel Marais, la pelouse di Place des Vosges; le serate sul boulevard de Montparnasse, il Pompidou soprattutto fuori; i pomeriggi d’evasione a Belleville, le persone di accenti diversi.
Midnight in Paris, allora: una storia intrigante, un interprete non riuscito, una città d’incanto.
Aspettiamo il prossimo film, ambientato a Roma: è lì che voliamo anche io e il Dottorino oggi pomeriggio. Il mio con Roma è un rapporto di diffidenza, da una parte la sua imponenza, dall’altra non c’è mai stata la scintilla. Ma “il contesto è più forte del proprio pensiero”*: se oggi ci torno per un’occasione speciale, chissà che non sia speciale anche l’impressione che porterò poi a casa.

Ma la città che più volte è stata nei miei pensieri questi giorni è Liège, balzata agli onori della cronaca con una strage insensata in un martedì di follia. Alla fermata dell’autobus dove han perso la vita sei persone, per un anno intero io ho aspettato il 13 o il 19, alle ore più disparate del giorno e della notte. Spesso sotto un cielo di un grigio ineluttabile -come quello che han fatto vedere in tv- un cielo che trasmette una sola cosa: angoscia.
Ai miei occhi, Place Saint-Lambert è sempre apparsa come uno scenario in attesa di qualcosa, dove si mescolavano casualmente gli stand delle feste, la gente normale, gli emarginati. In quella piazza più che altrove ho avuto l’impressione che i belga fossero gente strana, quella che vive situazioni di disagio soprattutto. Place Saint-Lambert con le sue contraddizioni forse già allora attendeva una strage, sei morti e oltre 120 feriti. Questa volta però è le concept a essere ben più forte del contexte. E Liège, la cosiddetta cité ardente, ora brucia davvero.


* MC Solaar – La belle et le bad boy

PS: me ne rendo conto solo ora, non l’avevo ancora scritto ma quello nell’header di questo blog è proprio uno scorcio di Place Saint-Lambert, in una mia fotografia del 2004. L’ho scelta perché anche se non piove, questa immagine per me esprime la pioggia: in questa foto è proprio come se piovesse…