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Va bene: so di aver già svelato la mia anima trash ammettendo la mia dipendenza da Real Time.
Tanto vale dirla tutta.
E no, non mi riferisco al mio flirt con La7d che con le sue infinite repliche dei meglio talk-show dà sempre tante soddisfazioni, soprattutto negli orari meno pensati. E nemmeno alle incursioni nel palinsesto di Cielo, a cui pure mi abbandono con un certo gusto, soprattutto la domenica dopo il caffè. Né alludo alla mia affezione per il tg di Chicco, per il quale nutro sentimenti controversi (non per il tg, proprio per Chicco): ché mi piace il suo modo di fare notizia e allo stesso tempo mi dà l’orticaria lui (e non appena lo guardo non posso non ripensare all’impressione che mi ha fatto quando l’ho incrociato in veste privata, in una nota località montana dello showbiz italiano).
Facciamola breve: io sono una vittima della fiction.
Fiction. Italiana. Nazionalpopolare. Buonista.
Una vittima consapevole, nel senso che -dopo aver studiato tutte quelle menate sulla Comunicazione- so benissimo cosa di morboso mi attrae, quali sono i meccanismi per cui non pigio su quel dannato tasto + “nonragioniamdilor/maguardaepassa” sul telecomando, ma sono pur sempre una vittima.
Io che il medico in famiglia ce l’ho davvero, le sei serie di Banfi e Scarpati me le sono ciucciate tutte. Avidamente. E sì, le vie del web mi hanno portata a conoscere già anticipazioni e indiscrezioni sulla futura settima.
Ma soprattutto, vergogna maxima, io guardo “Tutti Pazzi per Amore”. Tre. Sì, quella fiction insulsa, quella con la trama che fa acqua da tutte le parti manco fosse Venezia, quella che ha retto la seconda serie su un fantasma (Neri Marcoré, dillo, dillo che te ne vergogni!), quella che è arrivata alla terza edizione come se non ci fosse passato e tira fuori eventi, personaggi, situazioni in netto contrasto con quanto raccontato nei due anni precedenti. “Tutti Pazzi per Amore” dico, la fiction improbabile, quella dove nel bel mezzo di una scena, gli attori mollano tutto e ballano e cantano manco fosse un musical. Un musical. Roba da far rabbrividire Maxwell Sheffield. E con questo, ho detto tutto.

PS: Lo so, con questa confessione, ho distrutto quel poco di rispettabilità che potevo ancora suscitare. Ma io sono solo una radical chic in difficoltà, una che ha perso la via e ha bisogno d’aiuto per rimettersi in carreggiata. Chiedo venia. Non so: portatemi a un concerto di Bollani, fatemi leggere Arbasino, invitatemi a un weekend in campagna a guardare gli altri che vendemmiano… insomma mettetevi una mano sulla coscienza e tiratemi fuori da questo increscioso impasse.