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Avete presente la ragazza invisibile che fa la factotum in What Women Want? Quella depressa che nessuno si calcola e che poi Mel Gibson salva da pensieri suicidi? Ecco: nella mia azienda c’è la sua versione italiana, più giovane e dall’aria decisamente più allegra. È una stagista. A guardarla non le daresti più di 15 anni, si narra invece che ne abbia circa 22/23, ma nessuno lo può confermare perché nessuno ci ha mai parlato per più di un “ciao”. Ha l’aria ingenua, la faccina pulita da bambina e degli stivaletti da elfa. Sorride, sempre. Benché passi la sua giornata a fare non si sa bene cosa in compagnia di quella a cui è affidata, che per la cronaca è anche la più antipatica qui dentro e non solo a detta mia.
Incontrandomi sulle scale, stamattina l’Elfa mi ha chiesto della mia salute. L’ultima volta che ci siamo viste -mi ha fatto notare- mi colava il naso e tossivo come una tisica. Da che mi ricordi, lei frequenta quest’azienda almeno da quando la frequento io e si dice che l’ambito del suo stage non abbia nulla a che fare con quello in cui ha preso una laurea triennale. La Quarantenne Scoppiata riferendomi i pettegolezzi sull’Elfa commenta “d’altronde, quando hai bisogno, fai qualunque cosa”. Stando sempre a quello che si racconta le diano però, non ci si paga nemmeno il bus e il pranzo.
L’Elfa ha presumibilmente la stessa età che avevo io la prima volta che ho vestito i panni della stagista bionda. Io di stage ne ho collezionati cinque e solo al primo ho fatto fotocopie. È che non sapevano cosa farmi fare: in una grossa istituzione nata sull’onda olimpica, anche i megacapi avevano parecchio tempo libero. (Qualche volta anche uno come Brunetta può avere ragione). Poi, ancora da universitaria, ho messo in cv due stage all’estero di quelli da otto e passa ore al giorno: secondo i luoghi comuni c’erano tutti i canoni per dire di essere stata ben spremuta sì, ma ho imparato buona parte delle cose del mestiere di cui oggi vivo e poi -volete mettere- l’esperienza all’estero cosa non dà in termini di vita? Io nei miei mesi più duri ho dormito sotto il cielo di Parigi. Poi sono cresciuta e di stage ne ho affrontati ancora due, perché quelli del personale a cui avevo chiesto un lavoro mi avevano convinta che “a lavorare si inizia così” e lì sì che i luoghi comuni li ho vissuti tutti e i sacrifici richiesti non sono stati minimamente proporzionali alla mia crescita professionale. Quando mi sono trovata a portare a casa risultati che giovavano molto più all’azienda dal punto di vista economico di quanto arricchissero come come persona -perché per il resto erano già giusto bruscoletti- ho finalmente deciso che era giunto il momento di darci un taglio. (E infatti per espiare le mie colpe ho attraversato due anni di vacche anoressiche, non magre).
Ho messo a segno cinque stage in tre anni, in mezzo ci ho infilato anche una laurea vera con relativa tesi, un periodo sabbatico britannico, un master part-time. A conti fatti, della mia cinquina promuovo le esperienze di stage oltralpe che formative lo sono state davvero e l’ultima, quella che mi ha fatto dire basta, proprio perché mi ha fatto dire basta.
E stamattina incrociando l’Elfetta un po’ me lo sono chiesto che genere di stage si nasconda dietro a quel suo sorriso.