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Quattro giorni di ponte erano un’occasione troppo ghiotta per non procurarsi un romanzo ad hoc. Di quelli leggeri ma accattivanti, che si leggono in fretta. Troppo in fretta:a me per Lo Scalpellino, terza “fatica” di Camilla Lackberg, è bastato il pomeriggio e la sera di Ognissanti, perché nei tre giorni precedenti sono stata abbastanza occupata a far scorta di luce in Riviera, passeggiare lungo il mare, assaporare i venti e passa gradi costanti, passare da una merenda loculliana a una cenetta coi fiocchi occhi negli occhi col Dottorino, collezionare un numero imponente di grasse dormite.
Ebbene sì: ci sono cascata di nuovo, benché all’Angolo Manzoni avessero storto un po’ il naso quando ho chiesto l’ultimo di Camilla.
Quattrocentoequalcosa pagine dopo, io dico no a una storia dove cambiano i nomi dei personaggi, ma l’impianto narrativo resta lo stesso del romanzo con cui hai messo una seria ipoteca sulla tua pensione. Dico no a un giallo dove a pagina 37 scopro l’assassino e qualche capitolo più avanti intuisco anche il movente. Dico no agli inframmezzi buttati lì a caso e che si vede lontano un miglio serviranno per mettere in piedi un prossimo romanzo. Per questo dico fin da adesso no al futuro quarto giallo di Camilla Lackberg, perché so già che ci sarà una storia di corna, una protagonista in trasferta e un altro crimine che viene dal passato. Come il libraio, ora storco il naso anche io, e che mi serva di lezione: per un po’ dai gialli scandinavi mi terrò bene alla larga.