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Avendo studiato Comunicazione, all’università la mia principale attività era comunicare e il teatro della maggior parte dei miei sforzi era il Bar King’s, dove entravo per il cappuccino di metà mattina e trovavo rifugio fino alla cioccolata calda della merenda. Ero un po’ come Fonzie: chi mi cercava, sapeva che era al King’s che mi avrebbe trovata e Claudia la barista raccoglieva messaggi (e appunti, e dispense…) per me. [Ho un po’ il sospetto di aver contribuito pesantemente alla recente ristrutturazione del Bar King’s, quella che è costata il posto a Claudia e ha trasformato il classico baruccio senza pretese in localino mezzo fashion].
Ad ogni modo: nei primi anni Duemila la mia principale attività era comunicare e nel mio gruppetto di amabili conversatori aspiranti professionisti della comunicazione spiccava il buon M che abitava a più di 50 km dalla facoltà ma chissà come riusciva sempre ad arrivare prima di me a lezione e a tenermi il posto. Io poi arrivavo, mi sedevo e dopo dieci minuti che il prof blaterava le solite quattro menate su quadrato semiotico, mezzo e contenuto, apocalittici e integrati, io azzardavo «caffé???». Con M però avevamo un rito -un piccolo segreto- mai condiviso col resto del gruppo più per vergogna che per altro: quando gli altri compagni di merende bigiavano e in facoltà ci trovavamo soli, a pranzo tradivamo il King’s a favore di un hamburger.
Sì: un unto, insano, globalizzato hamburger. Quell‘hamburger, perché il mercato allora non offriva di meglio. Dopo ce ne pentivamo tutto il pomeriggio. Più per questioni di stomaco che di etica, benché all’epoca fossimo un poco diessini e molto pieni di ideali.
Poi io mi sono laureata e infatti faccio la precaria, M no e infatti lui ha un solido impiego a tempo indeterminato. Continuiamo a vederci di tanto in tanto e per l’occasione andiamo ancora a mangiare l’hamburger. Solo che ora ci si vede al M** Bun.
Il momento che preferisco quando vado al M** Bun è quando il barbatrucco vibra (e non ci mette mai troppo) e io vado a ritirare il mio Tuma con la carne (di fassone) ben cotta, il formaggio che è formaggio vero e la biovetta di pane bella fragrante. Quello che però mi fa venire l’acquolina in bocca è la ciotolina di patatine, uguali-uguali a quelle che mi faceva la mia nonna quando ero piccola, tagliate a soldino e fritte nell’olio d’oliva: dorate, croccanti, gustose.
Un pranzo da M** Bun vale 9 euro al mio portafoglio e altrettanti punti nella mia pagella (10 e lode alle patatine, a cui oggi facciamo pure la ola). Se poi ci si va prima delle 13, non c’è ressa e nella sala al piano inferiore c’è una buona scelta di tavoli, non troppo vicini gli uni agli altri, così da poter comunicare in santa pace.
Niente: la mia intenzione era recensire il M** Bun, ma vista la prolissa premessa in realtà dico solo che è bello anni dopo la laurea ritrovarsi ancora a comunicare con chi ha diviso con noi banchi, esami e soprattutto bar. Farlo davanti a un buon hamburger, poi, è anche meglio!