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Ci sono amici che sono speciali perché speciale è quello che abbiamo vissuto con loro.
Ci sono amici però che sono speciali al di là di quello che di speciale abbiamo vissuto con loro.
Te ne accorgi dopo, quando gli anni passano, ma l’immediata corrispondenza resta. Quando il silenzio a volte non si può quantificare, ma se poi ci si ritrova, i fili e i discorsi riprendono esattamente da dove li avevamo lasciati. Perché di vita ciascuno ha la propria, ma la storia che ci accomuna continua, perché quello che siamo un po’ ce lo dobbiamo.
Così, P è le notti da profughi in camera sua, tutte le parole dopo i sangria party; P è la friterie alle ore più improbabili ma irrimediabilmente tarde, il cielo di un Belgio grigio ma in fondo caldo; è le mani che stringo sul Ryanair per Stoccolma; ma P è anche un film non capito a Odéon mentre fuori su Parigi nevica ed è anche i suoi occhi che ridono, all’improvviso, inaspettatamente, davanti alla sala lauree di Palazzo Nuovo e ancora è stazione Termini con l’ansia da colloquio.
P è un sacco di cose, come un sacco di cose sono A, L e D: ognuno le stesse e anche altre diverse. Ma P è soprattutto le parole che io in un anno di blog (e tutti quelli dopo) non sono mai riuscita a trovare: «Siamo un po’ complici di uno stesso piano, di uno stesso disegno. Non il destino, non un dio ma le nostre persone, incontratesi per caso e presesi per mano dirette verso la stessa meta».
Otto anni dopo di tutto questo non mi stupisco più: P come A, L e D è il più bel regalo che l’Erasmus mi abbia fatto e ritrovarsi all’improvviso con P una domenica mattina che non ti aspetti, davanti a cappuccino e croissant al caffé Talmone è una cosa che riempie il cuore. Così, semplicemente.

* Jean-Jacques Goldman – Je voudrais vous revoir