Moda a colpi di capsule, una questione di stile

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A volte la vita ti pone davanti scelte difficili, tipo giovedì mattina che mi sono alzata con due opzioni radicalmente diverse: stare a sovraintendere la trasformazione di casa mia in un cantiere per la missione speciale “smantelliamo e ristrutturiamo il bagno in sette giorni, possibilmente senza distruggere il resto” o andare da H&M all’apertura e aggiudicarmi un vestitino e/o un tailleurino di Marni. Ha vinto il buon senso e le ragioni del parquet e sono rimasta a controllare che tutto il pavimento venisse ricoperto adeguatamente. Ma poi insomma, per una volta che il colosso svedese sfodera un pezzo di bravura del genere (o uno specchietto per allodole che dir si voglia, visto che una cosa è lo stile e un’altra la qualità degli abiti) vuoi trattenerti? Così a mezzogiorno, ho percorso i 500 metri che mi separano dallo store di via Roma ripetendomi a mò di mantra «No, Marni è troppo sopra le righe per interessare alla massa, mica ci sono tutte ste radical chic in questa città e poi i tessuti son pur sempre quelli di H&M…». La mia convinzione ha iniziato a vacillare in via Carlo Alberto quando ho incrociato una che faceva la sua figura, con la gonnellina a fantasia viola lamè, abbinata a un cardigan che urlava a pieni polmoni «vengo da aux puces» e delle decolté in cuoio tutt’altro che cheap. Da applausi, il risultato era così decalé che sembrava una parigina più che una sabauda. Ma è stato quando in via Lagrange ho incrociato frotte di torinesi tipo -con bauletto Vuitton d’ordinanza, leggings e giubbotto Peuterey- sfoggiare la shopper fluorescente “Marni for H&M” che ho capito che no, non c’era speranza di portarsi ancora a casa quel delizioso tailleurino a pois blu. Infatti non erano rimaste che le briciole: le giacche coi pannelli di cartone e le braghe da pigiama.
Ero combattuta: da una parte la delusione per quel completino a pois, dall’altra il sollievo per non aver potuto cedere alle sirene, io che alla moda urlata non sono avvezza.
Per fortuna, rientrando a casa, in buca ho trovato una busta dall’aria promettente, conteneva l’invito per la “Notte Max&Co” il 14 marzo all’anteprima della nuova capsule collection “di abiti e accessori dai delicati rimandi floreali”. Mi è bastata una veloce occhiata al sito per innamorarmi di un abitino in chiffon, e c’è un paio di sandali di cui i miei piedini avrebbero proprio bisogno. Insomma sento già che sarà una serata bellissima: che non ci sarà ressa e che porterò a casa qualcosa di cui non mi pentirò il giorno dopo.

Perdere il treno (una voce fuori dal coro)

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A volte quando dal centro devo andare ad ovest della città me ne dimentico e mi sbaglio: anziché salire sulla metro e andare dritta al capolinea Fermi (nomen omen?), entro a Porta Nuova e mi dirigo al binario 20, quello dei treni per Bussoleno, Susa o Bardonecchia. Salgo sul treno, generalmente pensando ai fatti miei e solo dopo un’eternità mi accorgo che è pesantemente in ritardo o che non parte del tutto, e allora mi viene in mente «ah già, ci saranno le manifestazioni no tav».
La verità -e no, non mi vergogno a dirlo- è che sto saltando a piè pari i titoli dei giornali, i servizi in tv e il dibattito nelle piazze virtuali.
I no tav -e, occhio, anche tutti gli altri- mi hanno rotto. Sono stufa di parlarne, sono vent’anni che ne parliamo, ora non sarebbe il caso di passare (e magari fare) altro?
Sono stata una sostenitrice dell’opera, e anche questo non mi vergogno a dirlo. Lo sono stata alla fine degli anni Novanta e nei primi anni Duemila, quando l’euroregione Alpi Mediterraneo da un’idea che era sembrava convertirsi in una realtà concreta sul territorio, quando l’Europa non era più un’entità astratta di cui si parlava ma le banconote che tenevo in mano, era frequentare un’università in Belgio e vedere riconosciuti i miei esami a Torino, era guardare un canale all news che dava la stessa notizia in lingue diverse con un taglio capace di interessare tutti.
Sono stata un’euroentusiasta, ci ho creduto nell’Europa e l’Europa per me era anche la tav.
Oggi non so se potermi ancora dire favorevole alla tav: da una parte per il suo costo in relazione ai fondi a disposizione certo, ma soprattutto perché non credo che i risultati che quest’opera avrebbe portato vent’anni fa li porterebbe anche oggi, in un contesto socioeconomico radicalmente diverso. Ne ho letto e l’ho toccato con mano, e che nella seconda parte dello scorso secolo questo territorio ci credesse nell’Euroregione è un dato di fatto, così come che gli investimenti dell’industria per alcuni decenni siano andati in questo senso. Ma poi qualcosa è cambiato: il resto d’Europa ha iniziato a viaggiare ad alta velocità e qui invece se n’è solo iniziato a parlare, parlare, parlare e le PMI -motore e traino del Nord Ovest- forse sono state forse le prime a stufarsi delle parole e investire in altre direzioni e meno/non più nel territorio della cosiddetta euroregione Alpi Mediterraneo.  Ed è così che questo territorio domani potrebbe trovarsi con una “cattedrale nel deserto”, un super treno e niente da spostare.
Tuttavia non mi riesce proprio di dichiararmi una no tav soprattutto perché coi no tav ritengo di aver poco da spartire: le mie ragioni sono diverse dalle loro.
Forse da nativa euroentusiasta, oggi sono un’euroscettica.
Lì sulle barricate continuano a gridare a istituzioni locali, industriali, politici italiani ed europei di vergognarsi.
Io sono e resto indignata che la tav non sia stata fatta quando serviva, vorrei delle spiegazioni sul fatto che la strategia e la realizzazione delle infrastrutture non sia stata comune, transnazionale e coesa. Un’europa non Europa a mio avviso è nata lì.
E allora solo su un punto sono d’accordo con quelli che dicono no: le istituzioni hanno di che vergognarsi. 
Ma inoltre penso che anche loro -i no tav quelli veri, i valsusini prima di tutti- dovrebbero vergognarsi: perché i toni e i modi della protesta hanno passato il limite del vivere civile e loro non sono riusciti ad arginare gli esaltati e i violenti che hanno strumentalizzato il movimento portandolo dalla parte del torto al di là delle idee, ma soprattutto dovrebbero vergognarsi perché istituzioni locali, industriali, politici italiani ed europei hanno permesso vent’anni fa che la Valle fosse condannata con l’abbandono degli investimenti, che l’Euroregione restasse un’idea e l’Europa qualcosa a metà.
Han perso il treno -a mio avviso, letteralmente- tutti quanti, chi l’opera la voleva e chi no. E siccome erano tutti molto impegnati a discutere, nemmeno se ne sono accorti.

Perché poi, soprattutto, sono versatile

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Ci sono mattine che ti alzi e sai esattamente cos’è che vuoi scrivere quel giorno, hai l’idea -cosa non da poco-, hai le parole -altra cosa da non sottovalutare-, e dulcis in fundo sai anche a chi potrebbe interessare quello che hai intenzione di scrivere, -e questa è la cosa più importante di tutte, soprattutto se è con le parole che conti di pagare le bollette. Ci sono mattine che basterebbe accendere il pc e voilà il foglio di Word si riempirebbe da solo. Sono le stesse mattine che i tuoi nuovi vicini di casa trovano invece ideali per buttare giù un muro a picconate e poi fare chissà cosa con un flessibile.
Questo per dire che stamattina, dopo un periodo di scarsa ispirazione, mi sono svegliata con un’idea ma che nel trambusto generale non ho nemmeno fatto in tempo ad appuntarmela, spero non fosse l’idea del secolo.
L’ispirazione langue a livello generale, non ho nemmeno parole per il blog, non posso appuntarmi ricette perché questa settimana non è uscito nulla di notevole dalla mia cucina, o almeno nulla di cucinato da me, e la pila di libri sul comodino sta assumendo sempre più le sembianze di una piccola torre.
In mio aiuto accorre la Fiammiferaia, che qualche tempo fa era curiosa di sapere sette cose di me. Mi ha passato il Versatile blog award. Mi sa che è giunto il momento di accontentarla, e siccome mi sento molto versatile, intendo raccontarle sette aspetti che fanno di me la ragazza che sono:
1. Non sono quella che si può definire una Lipstick Girl. Nella mia trousse ci sono tutti i ferri per un make up comme il faut, ma trovo il trucco estremamente lungo, noioso e inadatto alle mie limitate capacità. In compenso sono una fille à ongles parfaites: del tempo o del denaro spesi in manicure sono sempre un ottimo investimento.
2. Sono stata una ragazza aperitivo. Una di quelle brave a far tardi, a centrare il locale, con il drink in mano. Oggi sono una ragazza dell’aperitivo home-made. Nella mia dispensa non manca mai il necessario da stuzzicare, in frigo c’è sempre una bottiglia di prosecco.
3. Io non sono semplicemente una ragazza pigra, sono proprio una paresseuse infame. Secondo me è narcolessia, e comunque non è colpa mia se al mattino il letto non vuole lasciarmi andare via…
4. Sono espatriata alcune volte e sono tornata con convinzione, ho sempre creduto con fermezza in tutte le cantonate che ho preso e sì anche nel resto, insomma: mi sono sempre considerata una ragazza decisa. Almeno fino a quando non ho deciso di ristrutturare un bagno e la scelta dei sanitari mi ha messa in crisi.
5. Non sono una ragazza snob, sono solo diversamente socievole e mischio cameratismo spinto e misantropia estrema. Tipo quelli che si infilano nel mio stesso ascensore in metropolitana, io li odio e dovrebbero bruciare all’inferno, ma poi se sono in coda in posta è piuttosto facile che attacchi bottone con quelli intorno a me.
6. Non sono una ragazza pazza, ho solo qualche disturbo ossessivo-compulsivo. A proposito: l’ho chiuso il gas?
7. E poi ovviamente sì, sono una blondie girl. Non so guidare, trovo comodo nascondermi dietro qualche frivolezza, sono capricciosa. E il mio parrucchiere fa solo in modo che la mia testa rispecchi quella che sono.
Insomma, con questa ho salvato il post della settimana… ora dovrei passare il testimone, ma non sono brava in queste cose, quindi insomma, se passate di qui e avete voglia di raccogliere l’invito, è qui per voi: dichiaratevi e scrivete!

Venerdì di buoni propositi (e di buoni e basta)

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Sarà stato il cielo azzurro e terso, o le temperature improvvisamente primaverili, o le vetrine luccicanti di abitini leggeri e froufrou che mi han fatto ricordare che se non mi dò una mossa, tutti i plus della bella stagione mi saranno preclusi con i cosciotti che mi ritrovo, matelassé come la 2.55 di Chanel. Fatto sta che dopo due mesi che me ne tenevo ben alla larga, oggi sono andata in piscina: ora la cosa magari non merita di essere segnata sul calendario, però almeno un applauso di incoraggiamento sì! D’altronde c’è qualche forza ancestrale che mette sempre i bastoni tra le ruote ai miei buoni propositi del lunedì e quindi -io che sono furba- ho giocato sporco e le buone intenzioni a ‘sto giro le ho espresse di venerdì.
A far le cose per bene, ora dovrei formulare anche un secondo buon proposito, ma credo che due in una sola giornata siano un po’ troppi. Quindi la dieta la rimandiamo alla prossima settimana, e stasera ci teniamo leggeri ma con gusto!
Saltimbocca di pesce spada x 2 (circa 5/6 pezzi a testa)
300 gr di pesce spada
100 gr di prosciutto crudo
un mazzetto di salvia
insalatina a piacere

Prendete del pesce spada freschissimo, affettato sottile come per il carpaccio. Disponete su ogni fetta di pesce un paio di foglioline di salvia pulita e una fettina di prosciutto crudo. A questo punto chiudete ogni “sandwich” con uno stuzzicadente, avendo cura di lasciare il prosciutto dal lato esterno. Due proposte di cottura: in forno a 200° per 8/10 minuti (disponendo i saltimbocca su un foglio di carta da forno, senza altro condimento) o in padella con olio d’oliva ben caldo, finché non sono dorati.
Io l’ho servito con insalata songino, mele rossa affettata sottile, una manciata di pinoli tostati e un condimento di olio d’oliva, succo di limone e glassa di aceto balsamico.

Ma che cosa ci si può abbinare in entrée? Qualcosa di altrettanto sfizioso e dal gusto deciso.

Caramelle di gamberi e crema di ceci
200 gr di ceci
10 gamberi puliti
1 foglio di pasta fillo
paprika dolce, tabasco, sesamo, cumino q.b.

Prendere una scatola di ceci, scolarli e lavarli sotto l’acqua corrente, metterli in un pentolino a cuocere aggiungendo dei semi di sesamo e della paprika dolce. Lasciare cuocere a fuoco basso una decina di minuti, frullare con il mixer a immersione, aggiungendo eventualmente dell’acqua se il composto resta troppo asciutto.
In una padellina con un’idea d’olio far rosolare velocemente i gamberi puliti, aggiungendo del tabasco e della paprika. Spegnere il fuoco. Con un pennello spennelare il sughetto dei gamberi sul foglio di pasta fillo, tagliare delle striscioline, disporre in ognuna un gambero e chiudere a caramella.
Infornare per dieci minuti a 200° e servire in accompagnamento alla crema di ceci con una spolverata di paprika.

Quello che capita (se si è sole e abbandonate)

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Ho un ginocchio dolorante e gonfio come una zampogna.
Non sono caduta, non ho sbattuto e a dirla tutta non ho fatto niente di niente.
Questo weekend sono solo stata abbandonata.
E va bene: il Dottorino è andato a lavorare, mica a divertirsi. Però, niente: giovedì è saltata fuori la necessità di questa trasferta, ha millantato la possibilità di portarmi con lui e poi venerdì pouff è partito da solo, prima del previsto e con la prospettiva di rientrare dopo il previsto. Volevo ripiegare su Maman, che insieme al resto della family aveva in programma un weekend al mare, ma lei mi ha suggerito «resta a casa, ti riposi», salvo poi scrivermi un sms da uno dei miei ristoranti preferiti «stiamo mangiando un super fritto e ti pensiamo. La prossima volta speriamo di averti con noi!». Roba che suona un po’ da presa in giro.
Io che da sola ci sto bene -che una volta sono finanche andata in vacanza da sola e svariate altre a mangiare fuori- sentendomi abbandonata da tutti, sono stata malissimo.
Per consolarmi, sono dovuta andare all’hammam quello bello a prendermi cura di me stessa, ho fatto merenda con le amiche nella mia torteria preferita, mangiato sushi commentando Sanremo e bevendo poi un sacco di Schweppes per digerire entrambi, ho trascorso una serata di curry e spettegolezzi, letto un romanzo, messo lo smalto e altre amenità di questo tipo.
Ma non è servito a nulla: domenica sera sono andata a dormire sola e triste.
E stamattina mi sono svegliata con un ginocchio gonfio come una zampogna e dolorante. È quello che capita alle fidanzate abbandonate che devono richiamare l’attenzione del loro Dottorino. Cosa dite: sono paturnie? Può darsi, ma intanto ringrazio che il Dottorino c’ha la fissa delle ossa e quindi a me è solo gonfiato un ginocchio. Mettiamo che fosse stato un appassionato di cuore, mi sarebbe anche potuto venire un infarto. E forse per manifestare le mie paturnie sarebbe stato un po’ troppo.

Baci, memories e soprattutto un sacco di fun

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Baci contro le porte della notte, diamanti che sono per sempre e quest’anno ci si mette pure il Titanic in 3D.
Insomma, non si può ignorarlo: è San Valentino.
Per me e il Dottorino, niente bigliettini, regalini, fiorellini, ma la festa resta pur sempre un (ennesimo) ottimo pretesto per mettersi ai fornelli. Forse quest’anno un po’ meno, visto il raffreddore fotonico che ci attanaglia.
D’altronde non ci sono più quei bei San Valentino di una volta: quando se frequentavi una scuola di periferia il principale pensiero era cercare un primino da tormentare e se eri tu il primino speravi solo di renderti invisibile.
I miei 14 febbraio entrati negli annali sono due ed entrambi per ragioni diverse dal ciò che fa rima con cuore o amore: per primo quello del 2004, in Erasmus nelle Ardenne, quando ho dato prova di cosa sia l’affetto vero. Diedi alle mie compagnucce di avventura il permesso di provare a sistemarmi i colpi di sole. Loro si procurarono tutto il necessario: spatoline, pettini e una confezione di tinta per blonde foncée irisée. Dopo due ore di riti e pastrugnamenti assortiti, la mia testa era di un evidente color pel di carota. Beh, nonostante quel pasticciaccio brutto, le mie amichette continuano a essere tali, e se non è amore questo…
Il secondo San Valentino sui generis è stato quello del 2007 nel posto più snob della terra, Cambridge. Passai la mattinata a scrivere bigliettini trasudanti honey ai miei compagni della classe di business english e la cosa era già di per sé abbastanza comica visto che:
A) ci conoscevamo poco e comunque non abbastanza per avere degli slanci di affetto plausibili;
B) metà classe aveva un’aria rispettabile e la fantasia di una nocciolina;
C) più o meno tutti eravamo in grado di commentare il bilancio di un’azienda o l’andamento finanziario del giorno in inglese, ma non era detto che il nostro vocabolario ci permettesse di cavarcela anche nelle questioni più terraterra.
Ma il meglio venne alla sera, quando la scuola organizzò un party con open bar e karaoke, una di quelle accoppiate micidiali. Su youtube gira ancora un video con una mia imbarazzante performance di Girls Just Want To Have Fun, roba da chiudersi in casa per la vergogna fino al 14 febbraio del 2050 minimo.
Però, alla fine, a San Valentino e in tutti gli altri giorni dell’anno è questo che le ragazze soprattutto vogliono: just have fun.
E allora stamattina è Cindy che canta nel mio Ipod.

Pessime scuse e ottimi motivi

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A farmi imbattere nei romanzi di Enrico Pandiani sono state una serie di congiunzioni astrali. Nella primavera del 2010 ero un’allegra freelance e tra le cose tra cui mi dividevo c’era questo quotidiano online un po’ avanguardista, che mirava a raccontare la città con notizie di nicchia. A dirla tutta, il lavoro l’aveva avuto una mia collega ma la sua busta paga comprendeva una sorta di argent de poche -chiamiamolo così- da spendere per varie esigenze, collaboratori informali inclusi. Una cosa senza futuro e ai limiti del legale (e ammetto di aver accettato mossa anch’io da pessime scuse), ma con una videocamerina d’ordinanza mi divertivo ad andare a caccia di notizie underground da raccontare e torinesi inediti da intervistare.
È stato nello stesso periodo che un giorno il Dottorino mi disse «ho sentito di un bel giallo scritto da un torinese e ambientato a Parigi, dovresti leggerlo». Ora, la cosa potrebbe sembrare banale, ma il Dottorino non è esattamente quello che si dice un lettore accanito. Valeva la pena di approfondire, magari per un’intervista. Ed è stato così che ho scoperto che dopo quel primo romanzo giallo, Les Italiens, Pandiani stava per uscire con un secondo libro. Ecco, tanto che ci siamo: quello di Les Italiens è il miglior incipit giallo italiano che abbia mai letto, e lo so che il mio parere conta come il due di briscola, ma lo dico lo stesso e poi insomma, qualcosa avrò imparato con la mia tesi sul nuovo noir italiano oltre a giustificarci una laurea!
Pochi giorni dopo aver divorato il primo romanzo -più perché mi catturava davvero che per l’intervista che dovevo preparare- sono stata alla Libreria Angolo Manzoni -che detto per inciso è deliziosa- dove Pandiani presentava il secondo giallo, Troppo Piombo.
Da allora sono passati un paio d’anni, nel frattempo è uscito Lezioni di Tenebra e anche quello me lo sono scofanato in tempo zero: tre gialli pieni di sangue, azione e ironia. E Parigi, che Pandiani sa rendere in tutti i suoi odori e rumori che i turisti non sentono.
Qualche giorno fa ero di nuovo all’Angolo Manzoni, per la presentazione di Pessime scuse per un massacro. Che è pubblicato da Rizzoli e quindi credo lo si troverà facilmente ovunque. E anche di recensioni ne scriveranno migliori di questa. Da parte mia posso dire che anche Pessime scuse per un massacro me lo sono divorato in meno di un weekend. Se il sangue continua a scorrere a fiumi, a differenza dei primi tre capitoli, editi da Instar Libri, c’è molta meno azione e anche Parigi è completamente assente. Nonostante questo, ci sono un sacco di buoni motivi per leggerlo, questo romanzo. Ad esempio per la penna di Pandiani, ché quando racconta una storia, catalizza l’attenzione e non ti molla più fino all’ultima pagina. E poi perché il commissario Mordenti resta un gran bel tipo, secondo me assomiglia pure al migliore Daniel Auteuil.
Insomma, pessime scuse ma ottimi motivi.

Spettinata da tutti i venti della sera*

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È così che ci si sente a Tenerife, una settimana in preda alla libertà e alla fantasia. E per raccontarla, questa settimana, copio a EmmaC il suo progetto “one shot a day”. Qui non diventerà un appuntamento fisso, quanto il modo per recuperare le parole mancate nelle occasioni un po’ speciali.
Di seguito dunque la mia settimana canara, ad eccezione dei due giorni di viaggio ma sappiate che all’andata hanno remato contro tutti: dal traffico meneghino, allo sciopero dei tir, al controllo antidroga in dogana (!!!!) fino alla hostess Ryanair e al suo «dlin dlon, se c’è un medico a bordo è gentilmente pregato di segnalare la sua presenza»; invece al ritorno, mentre impazzava la bufera sul parco del Ticino, ho visto la morte in faccia e la mia atavica paura di volare centra sì, ma solo fino a un certo punto.

Anyway, la mia settimana one shot a day!

L’isola è come ce la ricordavamo, con il suo ritmo lento e la gente che gode delle cose semplici. E così ci mettiamo a guardare il mare con davanti un toast formaggio e tonno. Conoscete qualcosa di più semplice e allo stesso tempo geniale di un toast al tonno?

Facciamo i turisti e andiamo a Santa Cruz. Che è colorata, linda e verde. Le temperature nel nord dell’isla sono un po’ più basse: in infradito e canotta assomigliamo a certi turisti tedeschi che si vedono in Italia a marzo…

La cosa che mi piace di più a El Medano è la sua lunga spiaggia, dove nelle ore del giorno vedi chiaramente i cambiamenti della marea. Potrei stare ore a passeggiare sulla battigia…

C’è un modo migliore di concludere la giornata se non con una birra al tramonto nel classico ciringuito sulla spiaggia?

 

¡Y finalmente viene el viento! Siamo qui per questo e in un attimo la baia si anima di tutti i suoi surfisti.

Il bello di una giornata iniziata male è che può sempre capovolgersi. Ci svegliamo con nuvoloni e pioggerella, ma poi un colpo di vento, l’arcobaleno e la giornata cambia colore.

L’ultima mia giornata canara mi imprime negli occhi quest’immagine qui: sole, vento, acqua. Libertà e fantasia. Non sono ancora partita ma ho già voglia di tornare.

*De Andrè – Se ti tagliassero a pezzetti

Io vorrei che io, il “nonno” e tu…on holiday!

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Ebbene, ci siamo: siam pronti. Io, il Dottorino e il “nonno”. Quel che sto per dire può suonare un po’ macabro. Il nonno è stato battezzato così un paio d’anni fa all’aeroporto Malpensa, quando l’ennesima sciura impicciona mi ha domandato cosa trasportassimo in quell’enorme sacca che un po’ somigliava a una bara e io con aria di circostanza le ho risposto «eh, il nonno stava così bene all’inizio della vacanza, ma è proprio vero che con gli anziani non si può mai sapere…». Ad ogni modo il “nonno” alias la sacca delle tavole da windsurf è pronta, la valigia chiusa, la paura di volare a mille e la testa è già in vacanza. La mia settimana sarà in diretta su questa webcam. A voi auguro tante buone cose.

Non sono mica noccioline, Charlie Brown!

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Il primo ricordo che ho di lui è alla festa a sorpresa per una nostra compagna di classe. Ci conoscevamo già da un paio d’anni, ma il primo ricordo che lo riguarda è quello dei suoi occhi terrorizzati quel pomeriggio. A volte non ci si crede quanto possano essere agghiaccianti certe festicciole in periffa, con gli invitati scampati al riformatorio, la musica tunz tunz e i ragazzini ubriachi alle 4 del pomeriggio in cerca di rissa.
Poteva essere il ’98 o giù di lì. Ricordo il suo shock e che gli dissi «fuga?», poi passammo un pomeriggio divertente con un manipolo di pochi, merenda e improvvisazione al pianoforte a casa mia.
Di lì a breve diventammo compagni di banco e la nostra la tipica amicizia tra adolescenti: io di tanto in tanto gli scaricavo qualche ragazzina e gli presentavo le mie amiche (che puntualmente non volevano saperne di lui), lui era il mio cavallo di troia per infiltrarmi alla scoperta del mondo dei maschi, anche se da parte sua era quanto di meno rappresentativo ci fosse per una che voleva capirci qualcosa sul tema. Sui banchi eravamo una squadra a delinquere, ma con un’etica: ci rileggevamo il tema a vicenda e ci facevamo forza quando in quella maledettissima versione di greco ci capivamo meno di niente. Soprattutto, parlavamo un sacco. A vederci da fuori sembravamo gli stackanovisti dell’appunto selvaggio, cinque ore chinati a scrivere, ma capitò più di una volta che la prof di filo ci riprendesse «Voi due, smettetela! So benissimo cosa state facendo su quei fogli»: da qualche parte ho ancora block notes pieni delle nostre conversazioni scritte fitte. Lì c’è tutto: dalla quotidianità scolastica, ai dubbi dei sedici anni, dalle speranze alle previsioni sul futuro.
Lui era uno che si sentiva perennemente inadeguato, io già allora mi assumevo il compito di raccontarla ed ero così spietata e sarcastica da nascondere ogni mia insicurezza. Assomigliavamo ai due di questo video qua, e parecchio pure, tanto che io F l’ho sempre chiamato Charlie Brown.

Oggi abbiamo pranzato insieme. A dieci anni dalla maturità e nell’anno che ci vede girare la boa dei trenta, dice che ci vorrebbe un bel ritrovo di classe. Se non altro per vedere cosa ne è stato di quelle previsioni che abbiamo annotato sui nostri block notes. Sul futuro dei compagni ci avevamo scommesso un bicchiere. Mi è sempre piaciuto farmi offrire da bere.
Per quanto lo riguarda, i Charlie Brown quando crescono smettono di arrovellarsi sull’inespugnabile Ragazzina dai Capelli Rossi e su tutte le altre paranoie. Charlie fa il lavoro che gli piace, ha un solido impiego e una famiglia.
Quanto alle Lucy, beh, io non l’ho ancora ben capito come diventano le Lucy.

Perché il letargo è una buona idea e anche la migrazione non suona male

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[Il perché letargo e migrazione non sarebbero da scartare, non è difficile da capire: basta guardare l'immagine qua sopra -che per altro è stata scattata verso le 10 del mattino, quando la situazione era già migliorata e io mi ero ripresa dallo shock- e facilmente ci si risponde da soli.]

D’altronde doveva succedere prima o poi. Che arrivasse l’inverno, intendo. Se ieri avevo già tirato giù tutti i santi del paradiso perché a mezzogiorno nonostante giaccone e guanti mi si stavano gelando le ditina, stamattina mi è preso un colpo quando il Dottorino appena uscito di casa mi ha telefonato per dirmi «guarda fuori dalla finestra». Era tutto bianco. E non era galaverna. Era proprio neve. Me ne sono tornata mesta, addolorata e infreddolita sotto al piumone e ho iniziato pure a maledire il mio buon proposito del martedì (quelli del lunedì rappresentano sempre il male): andare a nuotare in piscina (anche i propositi del martedì spesso non sono il massimo).
Nell’impossibilità di andare in letargo, stringo i denti. Tra una settimana esatta a svegliarmi sarà il vento. Fuori dalla mia finestra ci sarà il sole. Il termometro segnerà circa 22 gradi.
A quanto pare ci siamo: il count-down “back to Tenerife” può ufficialmente avere inizio!

Storie ordinarie di vita in periffa (e altre digressioni)

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Ieri sera me ne stavo nella mia cameretta della casa natìa a meditare un post sull’ultima comparsa sul digitale terrestre, la fantomatica D-max, quella che io ho già ribattezzato la “tv dei tamarri” e il cui palinsesto di stampo motoristico è balzato in cima alle preferenze del Dottorino. Insomma, me ne stavo lì a cercare le parole giuste per esprimere il mio pensiero, visto che quelle sbagliate avrebbero potuto minare la mia relazione e mi sono ritrovata a canticchiare “bella stronza”. Sì quella di Masini. Che io, per inciso, non sopporto. Ma non è che la canticchiavo così, per qualche riflesso inconscio, è che proprio la sentivo, forte e chiara.
Ora, nella mia cameretta della casa natìa lo stereo non c’è. No, non sono mai stata un’adolescente tristona, anche se aspirazionalmente il mio modello era Daria quella dei cartoni, nel chiuso della mia cameretta sono sempre stata una principessina. Da che tempo è tempo, a casa mia il non plus ultra degli impianti stereo sta accanto al pianoforte e un quadro comandi degno della Nasa con un complicato sistema di spinotti provvede alla filodiffusione in tutte le stanze. Roba che spiega il perché io abbia abbandonato gli 883 molto prima dell’apice della loro carriera ma anche come mai nessuno in famiglia abbia più usufruito del sistema audio negli ultimi quindici anni. Fine off topic.
Comunque quando mi sono resa conto che “bella stronza” la sentivo davvero, ho iniziato a guardarmi intorno. E ho tirato un sospiro di sollievo solo quando ho capito che no, la musica benché la sentissi forte e chiara non era in casa, ma fuori. A diffondere la canzone nauseabonda era un monovolume asiatico bianco, di quelli che fanno subito taxi, coi finestrini abbassati e l’autoradio a palla. La casa natìa è sì situata in periffa, ma in un quartiere smart, “gente tranquilla che lavorava” direbbe Celentano, che pota le rose nel weekend, ritira la pensione in posta e va a dormire presto, aggiungerei io. Ed è curiosa come una scimmia. Ecco, a quest’ultima caratteristica io non faccio eccezione: infatti ho subito abbandonato le mie elucubrazioni su D-max e mi sono piazzata di gran gusto a osservare l’auto parcheggiata. Insomma, coi finestrini giù e il volume alto, poteva anche sembrare una serenata. Certo, “bella stronza” non è proprio una gran scelta. Soprattutto perché la sua radio l’ha trasmessa in loop per 15 minuti. Poi siamo passati a “vivere senza te” di Nek (Nek! è ancora vivo Nek?), per chiudere in bellezza con Patty Pravo. A questo punto io guardavo chiaramente il tipo dai gusti musicali discutibili e lui guardava altrettanto palesemente me. Poi è sceso dall’auto (sempre col motore acceso e la radio che berciava a squarciagola “sono cose della vita” di quell’altro insopportabile, Eros Ramazzotti) e io ho quasi pensato di dare un colpo di telefono ai vigili: mica per altro, ma il nostro amico aveva un colorito troppo cadaverico per essere sano e una faccia troppo da brutto ceffo per essere onesto (beh sì, per me Lombroso era uno che tutti i torti non li aveva). Invece mister doveva “solo” svuotare liquidi contro un lampione e qui viene il bello perché, tirata su la zip, con la stessa mano, ha prontamente aperto la portiera alla quarantenne coi capelli rosso menopausa che hop era uscita dalla palazzina di fronte ed è quindi ripartito sgommando sulle note nuovamente di “bella stronza”. Evidentemente gli piace proprio.
Ecco, chi ha detto che la vita nei tranquilli quartieri di periffa non offra spunti interessanti? Sento che ‘sti due a un certo punto daranno grandi soddisfazioni. Un po’ come quelli che qualche anno fa han tenuto col fiato sospeso tutto l’isolato mentre lui gridava “ora t’ammazzo” e lei rispondeva “metti via quella pistola”.

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